sabato 19 maggio 2007

Il Diavolo veste Prada



Il riferimento al Diavolo è teologicamente molto opportuno, in quanto può aiutare a rileggere la storia come esemplificazione di ciò di cui parla la Bibbia quando narra la tentazione e la caduta di Adamo ed Eva nel giardino dell'Eden: la legge interna della persona, legata al suo essere figlia (modo di vestire e rapporto con la famiglia e con il padre), viene sostituita da una legge esterna, indatta da un'altra persona che in fondo è schiava e assoggettata ad un meccanismo (vendere l'anima come prendere per la prima volta le scarpe firmate). Il film esprime benissimo il dolore provocato da questa perdita della propria legge interna, che viene poi recuperata nella redenzione finale. L'aspetto interessate è che la rinuncia alla legge interna viene compiuta per conquistare non gli oggetti della moda, ma la stima di una persona dal cui giudizio si dipende. Tutto si gioca sull'affettività e sul far dipendere il propria valore dall'opinione di un'altra persona, perdendo di vista la propria identità, fondata nelle relazioni familiari e nelle amicizie. Nella scena si vede come l'eleganza è intesa in senso di merito e non come espressione del proprio essere e del proprio valore.

domenica 29 aprile 2007

Poche idee chiare...



Bel dialogo tra Danny Archer (Leonardo Di Caprio) e Solomon Vandy (Djimon Hounsou) nel film "Blood Diamond" (2006) di Edward Zick in cui si scontrano due visioni della vita diametralmente opposte.

giovedì 26 aprile 2007

IV Onora il padre e la madre


Un vecchio numero di Natan Never si intitolava L'undicesimo comandamento. La storia raccontava del rispetto che i genitori devono ai propri figli e, appunto, non essendoci apparentemente nessun comandamento che ne parli gli autori hanno pensato di chiamare il rispetto verso i figli l'undicesimo comandamento.

Mai titolo è stato più lontano dalla verità. Il quarto comandamento "Onora il padre e la madre" non è a favore dei genitori, ma a favori della salute e della felicità dei figli.

Il quarto comandamento preserva il figlio umiliato, il figlio violentato, il figlio abbandonato, il figlio deluso, il figlio picchiato, il figlio che ha subito il peccato del padre o della madre dall'incancrenimento psichico, salva il figlio (tutti siamo figli) dall'aridità del desiderio, rilancia i figli verso l'eredità di una terra nuova. Proprio tu che sei stato umiliato onora il padre e la madre.

Ma se c'è un comandamento c'è anche il suo contrario, l'odio per i genitori, la rabbia per le mancanze ricevute e l'avidità sussurata continuamente per riappropiarsi del maltolto. Il comandamento scava dove c'è un fisiologico odio e rilancia verso un più ragionevole perdono. Perdono non dall'alto in basso, ma da umonini simili, da figli che saranno padri, forse migliori, ma pur sempre meschini e straccioni come lo è l'umanità anche quella più grande e splendente in questo cammino terreno.

Il perdono è ragionevole perché l'odio è irragionevole, perhé l'odio si accanisce su ciò che non c'è stato e non ci sarà mai più, mentre il perdono è ragionevole perché trasforma ciò che non c'è stato (affetto, comprensione, rispetto) in una realtà nuova: l'odio è conservatore, il perdono rivoluzionario. Il perdono si apre all'avvento di un essere nuovo. Ma come dicevamo il perdono non è per noi dall'alto in basso, ma da cuore ferito a cuore ferito.

Queste due scene del film "Il ritorno dello jedi" raccontano l'esperienza del rapporto col padre biologico oscuro e malvagio e incarnano con profondità la convenienza all'uomo del IV comandamento.

Luke ha tutte le ragioni per odiare il padre eppure per diventare jedi sa che non deve ucciderlo. Se ne accorge quando vede il corpo rantolante del padre a terra senza una mano. Luke guarda la sua mano e poi quella del padre e quindi ancora la sua mano, anche la sua mano è meccanica, anche la sua mano è stata tagliata, anche lui, come suo padre prima di lui, ha conosciuto l'ambizione, l'avventatezza, la superbia, la rabbia, e anche lui ha rischiato il lato oscuro.

E qui capisce che sono uguali, anzi capisce che proprio l'oscurità del padre l'ha salvato dal quel vicolo cieco e senza ritorno. In parte Luke capisce che senza il padre, quale esso sia, lui non sarebbe, ed ecco getta via la spada, ora è un jedi, un uomo, come suo padre prima di lui.

Nel secondo filmato è raccontato ancora meglio come proprio il perdono del figlio al padre, permette al padre di fare il padre e di sacrificare la propria vita per salvare quella del figlio, facendolgli dire alla fine del film: "Avevi ragione Luke, c'era ancora del bene in me". Ecco il perdono, sapere guardare al bene che sempre rimane e segna l'esistanza terrena dell'uomo.

Difficile trovare films che raccontino con così stringente verità uno dei rapporti fondamentali per l'uomo.

Come lacrime nella pioggia

La posizione dell'uomo nell'essere è una posizione precaria, segnata dallo scacco fatale della morte. Eppure la posizione dell'uomo sull'essere è segnata dalla bellezza, dalla memoria di questa bellezza e dalla tensione per una insopprimibile nostalgia verso l'infinito. Nessuna vita, per quanto breve o apparentemente inutile può disincarnarsi da questa tensione oppositiva: tutto finisce e contemporaneamente tutto grida l'eternità. Ma se tutto si consuma da dove viene questa attesa di compimento, da dove hanno origine la nostalgia e la tristezza per la consapevolezza che tutto svanirà come una lacrima nella pioggia? In Bladerunner il robot sa che la sua vita sta per compiersi e lui, cuore meccanico e tecnologia, sta per dissolversi, eppure quella realtà di cui è consapevole alla fine lo umanizza, lo lancia oltre sé e lo costringe a questo ultimo e struggente canto al mistero splendido della vita. Un grande film ci mostra che la posizione veramente umana, al di là e al di qua di ogni ideologia, è questa apertura irriducibile alla meraviglia drammatica della realtà, ferita e segno di attesa per un compimento più grande.

martedì 24 aprile 2007

Benigni, La tigre e la neve 1